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 Il Sole 24ore.

Dall’analisi del linguaggio verbale e fisico e delle azioni del capo del Cremlino emerge il profilo di un soggetto megalomane, ma estremamente lucido.

20220311 sole24ore

Servizio  di Carlo Andrea Finotto

Cosa c’è nella testa di Vladimir Putin? Cosa spinge il presidente russo ad alzare la tensione internazionale per settimane e infine a ordinare l’invasione militare di un paese confinante, con bombardamenti via via sempre più indiscriminati, non solo su obiettivi militari ma anche civili? Quale ragionamento lo induce a perseverare nella sua azione a costo di isolare economicamente e politicamente il suo paese e suscitare la condanna quasi unanime a livello mondiale? Perché sembra disposto, a parole e nei fatti, a scatenare una terza guerra mondiale? Davvero potrebbe ricorrere alle armi nucleari?

Domande da un milione di dollari – come la taglia che un ricco uomo d’affari russo ha messo sulla testa di Putin – e, anche, da lettino dello psicanalista.

«Dovremmo anzitutto cominciare a riflettere su una problematica oggi molto presente, che non riguarda soltanto la Russia: è possibile che una sola persona possa tenere in pugno il destino del proprio paese, di un continente o, addirittura, dell’intero pianeta»?

A porre l’interrogativo, inquietante alla luce della crisi attuale provocata dalla guerra in Ucraina, è Patrizia Catellani, docente di psicologia politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dalla fine della seconda guerra mondiale, probabilmente mai come oggi questo interrogativo ha assunto un significato concreto, facendo intuire anche alle persone comuni che efficaci «vincoli all’azione di una singola persona andrebbero sempre considerati».

Le democrazie sono sistemi fragili e sempre potenzialmente esposti al rischio di derive, nel momento in cui vengono a mancare o sono incrinati i complessi meccanismi pensati per mantenere un equilibrio tra poteri all’interno di uno Stato. I fatti del 6 gennaio 2021 negli Stati Uniti, con l’assalto al Campidoglio, hanno dimostrato che neppure le più solide e consolidate democrazie si possono considerare al sicuro a prescindere. «I vincoli alle azioni del singolo sono fondamentali, perché, detta in parole povere, nessuno può prevedere cosa possa accadere. Compresa l’eventualità che un determinato leader perda la ragione», sintetizza Patrizia Catellani.

Oggi, tuttavia, a dispetto dei buoni propositi e della lungimiranza dei padri costituenti, «un’ampia quota di cittadini sembra cercare in un leader non tanto onestà o empatia, bensì forza ed energia» spiega Catellani. Abbiamo visto di recente quanto successo e quanta popolarità raccolga l’uomo politico «super assertivo, quello che mostra di “saper dire di no”, che ostenta la capacità di andare controcorrente per dimostrare ulteriormente la propria forza. Stiamo vedendo come questo tipo di persone affascini molto e al contempo possa essere molto pericolosa».

La vittimizzazione competitiva

È indubbio che Vladimir Putin appartenga alla categoria dei leader super assertivi e capaci di andare controcorrente: l’intervento in Cecenia prima, l’occupazione della Crimea poi, l’invasione dell’Ucraina adesso sono lì a dimostrarlo. Con tutte le difficoltà e le limitazioni del caso, è comunque possibile azzardare un’analisi a distanza del linguaggio, sia verbale sia fisico, del leader russo. «C’è una chiara strategia nei suoi discorsi alla nazione russa» afferma Patrizia Catellani. «Anzi possiamo dire che le parole pronunciate poco prima dell’invasione dell’Ucraina siano da manuale del discorso di un leader che sta dichiarando guerra. Si pensi ad esempio alla frase: “cari compagni, i vostri padri nonni e antenati non hanno combattuto per la Madrepatria affinché i neonazisti prendessero il potere in Ucraina”. C’è l’aggancio alla storia e al passato, c’è la sottolineatura di un’ideologia estremista da combattere, con i riferimenti al nazismo, e in altri passaggi del discorso c’è il parlare dell’altro come di un criminale diabolico. E, soprattutto, nel discorso traspare quella che possiamo definire “vittimizzazione competitiva”: dire che si è vittime anziché aggressori, anzi, ancora più vittime delle “apparenti” vittime».

Questo tipo di retorica si ripete quasi quotidianamente nei vari interventi diffusi dal governo russo e in quanto riportato dalle conversazioni tra i leader occidentali e Putin. «In questo tipo di comunicazione Putin è stato ed è estremamente strategico e lucido» sottolinea Catellani.

Tuttavia, di fronte all’enormità della tragedia in corso e alla gravità della situazione geopolitica, che sembra aver riportato l’Europa indietro di 80 anni, Putin comincia ad essere spesso bollato come “matto”. Può bastare questo giudizio sbrigativo a spiegarne le mosse? «Il problema che si riscontra in alcuni casi con soggetti che presentano disturbi di tipo persecutorio e paranoico è che, pur trattandosi di disturbi gravi, queste persone possono mantenere apparentemente una grande lucidità nei comportamenti» spiega Patrizia Catellani. E questo, in qualche modo, potrebbe «sembrare anche il caso di Putin».

La violenza come approdo di un percorso

Continuando nell’esame a distanza dei suoi atteggiamenti, il presidente russo «sembra una persona sola – dice la docente di psicologia politica –. Le immagini degli incontri al Cremlino sono eloquenti, a cominciare dalla distanza fisica cui Vladimir Putin tiene i propri interlocutori: una scelta che non può essere spiegata con ragioni di distanziamento sociale adottate come regola, perché gli altri, i suoi interlocutori, sono seduti vicini tra loro. E poi basta osservare il rapporto con i suoi collaboratori più stretti come traspare dai filmati disponibili: non c’è un reale contraddittorio e non averlo avuto (se non molto scarso) per anni può aver contribuito allo sviluppo di tratti di megalomania».

Insomma, la scelta finale della violenza appare come una sorta di risposta logica all’intero ragionamento messo in atto e continuamente alimentato da Putin stesso. Mutuando un’immagine dal linguaggio nucleare, quella che potrebbe essersi innescata gradualmente è una sorta di reazione a catena, «che porta a vedere tutti i nemici da un lato e a non maturare alcuna disponibilità a mettere in dubbio le proprie decisioni e azioni. Questi atteggiamenti possono indurre al convincimento di essere l’unico soggetto in grado di salvare il mondo e quindi ad avere poca o nulla disponibilità a una negoziazione».

Nel corso dei vari tentativi di mediazione avvenuti dall’inizio della guerra, il leader russo, in effetti, ha sempre risposto sostanzialmente allo stesso modo, ribadendo una serie di condizioni imprescindibili per arrivare alla fine delle ostilità. «La visione del mondo di Putin sembra quasi impermeabile a qualsiasi argomento contrario», sintetizza Patrizia Catellani.

Le due facce dell’isolamento

L’invasione dell’Ucraina ha portato a pesanti sanzioni a livello mondiale contro la Russia. Ha visto una risoluzione dell’Onu votata da 141 paesi e solo 5 schierati con Mosca. Anche la Cina, grande alleato storico, si è astenuta. Altri paesi confinanti, fino ad ora neutrali o non schierati hanno chiesto, o potrebbero chiedere, l’adesione all’Unione europea e alla Nato. Decine di grandi aziende hanno lasciato il mercato russo.

Non tutto, però, potrebbe andare esattamente come vorremmo o ci aspetteremmo. «Il fatto che tutti gli diano addosso rischia di creare un circolo vizioso: il capo del Cremlino non cambierà idee e atteggiamenti per il semplice fatto che la comunità internazionale gli sta dicendo che sbaglia» dice Catellani. C’è il rischio, in pratica, di rafforzare in Putin, e forse anche in una parte della popolazione russa sottoposta agli effetti dell’isolamento, la convinzione di essere perseguitati e dalla parte giusta. «Quando scatta la sindrome del “nothing to loose”, a quel punto si è disposti a tutto, a rischiare anche quello che in altri casi non si sarebbe rischiato» chiarisce la docente di psicologia politica.

Il difficile crinale della mediazione

Nessuna o scarse vie d’uscita, quindi? L’unico scenario possibile cui rassegnarsi è quello di una progressiva escalation nei toni e nelle azioni fino a uno scontro diretto? O sperare in una – al momento – poco probabile rivolta interna?

Non è detto. Bisogna, però, sottolinea Patrizia Catellani, «che intervenga qualcuno in grado di far ragionare Vladimir Putin e al tempo stesso non gli chieda di rinunciare a tutte le sue convinzioni (vere o presunte), perché in quel caso non si otterrebbe nulla o si peggiorerebbero addirittura le cose». In pratica, la speranza di un ritiro delle truppe russe dall’Ucraina grazie a un’azione diplomatica passa dalla possibilità del Cremlino di vendere internamente la fine del conflitto come conseguenza del raggiungimento di tutti, o quasi, gli obiettivi prefissati.

«Serve un mediatore che sia accreditato anche agli occhi del leader russo. A livello internazionale un ruolo di questo tipo potrebbe averlo la Cina: ha legami storici, non sta criminalizzando Mosca, ma ha anche mandato segnali critici, e ha un approccio pragmatico. Potrebbe anche essere la strada giusta».


 

Patrizia Catellani

Professore ordinario
di Psicologia Sociale
Dipartimento di Psicologia
Università Cattolica di Milano
Largo Gemelli, 1
I-20123 Milano
Tel: 02-72342906
Cell.: 3356741468
Fax: 02-72342280
E-mail: patrizia.catellani@unicatt.it