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Repubblica

La Repubblica – 20 maggio 2019

Intervista di Monica Rubino

20 maggio 2019

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Le elezioni sotto la lente della psicologia: il voto "di reazione" e le ragioni dell'astensionismoLe elezioni sotto la lente della psicologia: il voto "di reazione" e le ragioni dell'astensionismo

di MONICA RUBINO

L'Ordine degli psicologi della Lombardia analizza i meccanismi profondi alla base delle scelte degli elettori

Manca ormai una settimana alle elezioni europee, ma secondo i dati dell'ultimo Eurobarometro solo il 35% dei cittadini europei è sicuro di andare a votare, un terzo probabilmente non andrà, un terzo è tuttora indeciso.

La psicologia offre diverse chiavi di lettura per comprendere gli elementi cognitivi, emotivi e socio-culturali che influenzano la decisione di esercitare o rinunciare al diritto-dovere di voto. Ed è per questo che l'Ordine degli psicologi della Lombardia ha preso in esame, nel corso di un recente convegno, i meccanismi profondi che influenzano la decisione di esercitare o rinunciare al diritto di voto.
 

La percezione dell'Europa

"Il rapporto che oggi le persone hanno con la politica, e i canali che utilizzano per occuparsene, non sono favorevoli a sviluppare un reale interesse per l'Europa"; spiega Patrizia Catellani, esperta di psicologia sociale e politica. L'Europa, infatti, è percepita in modo contraddittorio. "Molti la sentono lontana, distante, eccessivamente complessa. All'opposto, molti giudicano la politica europea troppo vincolante in tante aree in cui dovrebbero prevalere le decisioni nazionali", come ad esempio l'immigrazione o l'agricoltura.
 
Pertanto, "l'atteggiamento più frequente è il disinteresse - continua Catellani- spinto fino al rifiuto ("non capisco, non ho tempo né voglia di approfondire, dunque non mi interessa)". Secondo gli psicologi, dunque, in vista delle imminenti elezioni europee, questo allontanamento è probabilmente destinato ad accentuare il fenomeno dell'astensionismo, in un clima di generale sfiducia nei confronti della politica e delle istituzioni, tanto nazionali quanto europee
 
"Assistiamo in generale a un ricorso eccessivo - spiega ancora l'esperta -  da parte delle persone, a una modalità di elaborazione superficiale delle informazioni, in cui il pensiero segue processi intuitivi, impulsivi, associativi, spesso inconsapevoli, che richiedono un ridotto sforzo cognitivo e giungono rapidamente alle conclusioni".
 

Il ruolo dei social

La Rete e i social media incoraggiano l'elaborazione superficiale in tutti i campi, inclusa la politica, aumentando la tendenza delle persone a limitarsi alle informazioni che già conoscono e le opinioni che già condividono. Questo accade anche perché, dal punto di vista cognitivo, richiede meno impegno e attenzione.
 
"In un tempo di forte incertezza economica e sociale, il disinteresse o il rifiuto verso la politica europea nasce anche dall'aumentato bisogno di controllo che caratterizza le persone ("ascolto solo quello che sono in grado di capire, dunque di controllare"), e dall'aumentato bisogno di autostima ("ascolto solo quello che può avere un valore o un beneficio per me")", conclude Catellani.
 

Il voto "di reazione"

Passata l'epoca del voto ideologico, il voto di oggi non è definibile semplicemente come "di pancia", perché non si basa su variabili soltanto emozionali. "È piuttosto un voto di reazione - continua Catellani -  dove per reazione si intende il tipo di risposta che viene fornita dalle strutture più antiche del cervello umano (non dalle strutture neocorticali, dove tipicamente si elaborano il pensiero, la creatività e le azioni di ordine superiore). Quando il voto è reazione, la scelta del soggetto è altamente volatile, quindi molto più difficile da prevedere". In pratica, a livello cognitivo, i temi dell'Europa sono temi difficili da affrontare se si utilizza solo il nostro Sistema 1, ossia un'elaborazione superficiale delle informazioni che ci porta alla conferma delle nostre idee più che all'apertura verso il cambiamento, la diversità, gli obiettivi a lungo termine ecc. Quando utilizziamo un'elaborazione più approfondita, ossia il Sistema 2, siamo in genere più aperti alla diversità, al cambiamento, agli obiettivi a lungo termine.
 

Il voto allo scanner cognitivo: la tendenza a usare di più il "Sistema 1"

"Non dobbiamo comunque demonizzare il Sistema 1: Sistema 1 e Sistema 2 ci sono sempre, li usiamo tutti e non sono patologici - dice ancora la psicologa - L'ampio, eccessivo ricorso al Sistema 1 è specchio di una tendenza ad adattare la realtà a quello che pensiamo o desideriamo e ha due motivazioni principali:  avere la sensazione di controllare e padroneggiare la realtà che ci circonda; migliorare la nostra autostima, mostrando che quello che pensavamo in effetti è giusto. Queste due motivazioni possono diventare eccessive e patologiche quando non sono soddisfatte, ad esempio quando si aumentano la disuguaglianza, l'imprevedibilità della vita e delle ricompense sociali".


Cosa può fare la politica?

Di fronte a questo quadro così instabile dal punto di vista psicologico dell'elettorato, che cosa può fare la politica? Gli psicologi lombardi pensano che "per credere nella politica, ovvero nella possibilità di un buon governo della cosa pubblica, bisogna prima di tutto credere in se stessi. I politici dovrebbero innanzitutto lavorare per aumentare la percezione di controllo e l'autostima degli elettori, agendo sulle cause che generano incertezza e frustrazione a livello economico e sociale".
 
Ovviamente sarebbe importante anche contribuire a sviluppare un maggior senso critico, sia attraverso la qualità dell'istruzione e del sistema educativo, sia attraverso un uso più consapevole dei mezzi di informazione, inclusa la Rete.
"Occorre anche un nuovo, diverso modo di comunicare la politica, rendendo vicino e visibile ciò che sembra distante e irrilevante. Un buon esempio è la narrazione che si è sviluppata intorno ai rifiuti in plastica, che in poco tempo sono passati da problema remoto a emergenza che richiede un'azione immediata, tanto individuale quanto collettiva", affermano ancora gli esperti.

Infine non bisogna rinunciare a far leva sui valori. "Benché un po' appannati, non sono scomparsi perché l'ancoraggio alla dimensione valoriale - in qualsiasi scelta individuale, compreso il voto - è ancora forte. C'è spazio per parlare di Europa incoraggiando le persone a pensare e sognare in grande", auspica Catellani.


 

Patrizia Catellani

Professore ordinario
di Psicologia Sociale
Dipartimento di Psicologia
Università Cattolica di Milano
Largo Gemelli, 1
I-20123 Milano
Tel: 02-72342906
Cell.: 3356741468
Fax: 02-72342280
E-mail: patrizia.catellani@unicatt.it